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      <title>MORRA</title>
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      <pubDate>Sun, 9 Jan 2011 14:13:27 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Voci/2011/1/9_MORRA_files/Morra_milano_10-11feb07%20049.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Media/object027.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:64px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;“La rabbia documentata e lucida di Saviano si trasforma, anche per la bravura di Capaldo diretto da Fabrizio Di Stante, in viscerale sghignazzo, tammurriata nera”.   &lt;br/&gt;Nico Garrone – La Repubblica&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Uno spettacolo crudo e beffardo recitato in un napoletano super comprensibile”.    &lt;br/&gt;Livia Grossi - Corriere della sera&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“[...] Capaldo non fa mai calare l’attenzione, teso sul racconto in maniera fisica ma non carnale, quasi etereo in certe movenze.”  &lt;br/&gt;Diego Vincenti – Hystrio&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Uno spettacolo  dall’allestimento semplice ma dalle parole pesanti”.  &lt;br/&gt;Epolis - Milano&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“[...] Capaldo è più che bravo nel costume bianco, nel dialogare con la sua stessa maschera tenuta a distanza, sdoppiato nelle marionetta di un altro Pulcinella, o, ancora, con gli occhiali scuri e un microfono in mano alle prese col boss Raffaele Cutolo [...], l’attore di origine napoletana possiede e padroneggia tutti i mezzi della grande tradizione della Commedia dell’Arte, e la rivisita con sensibilità contemporanea [...] Il grottesco “segreto” di Pulcinella, novella guida in un tragicomico viaggio nel ventre più nero della sua città, si conclude con una straordinaria sequenza in cui l’attore, posizionando la maschera sul capo, frontale al pubblico, impersona la morte con voce ghignante. E ne fa un oggetto drammaturgico di grande forza e verità”.   &lt;br/&gt;Giuseppe Distefano - Estra&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Costruire uno spettacolo apparentemente semplice, ma capace di avvincere e suscitare tante riflessioni, è esattamente la pratica misteriosa che il Teatro esige da circa 2500 anni. Questo “Morra” di Capaldo e Di Stante (Teatro Labrys) è un’operazione così intelligente da sbalordire. Teatro puro [...] non c’è dubbio che sia l’ultimo Pulcinella scaturito dalla contemporaneità, la creatura amara e irriverente che si muove sotto i nostri occhi [...] l’attore è entrato così bene nella parte, forte di una esperienza sui moduli della Commedia dell’Arte acquisiti in profondità, che ci si dimentica di avere a che fare con un personaggio antico”.   &lt;br/&gt;Daniela Pandolfi - Dramma.it &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;”[...] questa improvvisata guida turistica ci introduce la Napoli nascosta, la città colpevolmente dimenticata, inscenando un dialogo senza barriere con il pubblico, battente al ritmo di percussioni e serrato, veloce nella musicalità di una lingua - quella partenopea - che è poesia, modulata perfettamente nelle cellule narrative. [...] Capaldo nei panni di Pulcinella si muove con maestria e ne sente la voce di tradizione antica, si fa interprete di quell’anima che è sua come il dolore che le appartiene. [...]&lt;br/&gt;Un testo necessario [...] vitale [...] coraggioso, affidato all’inappuntabile autorità del suo antico narratore, che denuncia i criminali e si fa beffa del potere, perché il teatro si faccia messo di informazione e protesta [...] facendo della cronaca poesia, e poi si ride, ma si ride amaramente...”.   &lt;br/&gt;Simone Nebbia -  TeatroTeatro.it&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Spettacolo inusuale, toccante, dirompente. [...] Il bianco menestrello usa la sua verve nell'accompagnarci tra i grigi quartieroni della periferia napoletana e ci proietta a modo suo in un mondo che non sembra il suo per tradizione. [...] Invece ci prende per mano e lì ci conduce. Ed è questo viaggio dirompente nella tragedia di un luogo attraverso il linguaggio da commediante del suo più illustre personaggio che dobbiamo al Teatro Labrys. Un viaggio fatto di stupore per l'accostamento ardito degli elementi e la riuscita indubbia nel progetto”.   &lt;br/&gt;Francesco Di Brigida - Teatranti.com&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“A far quasi tutto è Pulcinella, un ottimo Roberto Capaldo, maschera eterna di Napoli  pronta con l’aiuto di altre maschere e un paio di valigie a dar voce e talora corpo alla storia più nera. Pulcinella pensa e parla di Napoli, ma racconta anche il nostro paese, il rapporto irrisolto  tra vita e morte, modernità e tradizione, centro e periferia”.   &lt;br/&gt;Lazzaro Pappagallo - TG Lazio&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Questo Pulcinella contemporaneo, interpretato magistralmente da Roberto Capaldo, racconta dell’oggi e - trasformandosi di volta in volta nelle vittime, nei boss, nei latitanti - affronta fatti di cronaca legati alle vicende camorristiche degli ultimi anni. Lo spettacolo ci illustra una Napoli dove tutto appare insensato e logico allo stesso tempo, ma se è vero che le maschere devono far ridere il nostro Pulcinella lo fa benissimo, nonostante l’accostamento ardito su cui il progetto è costruito. Pulcinella sa instaurare con gli spettatori un rapporto di fiducia, simpatia e complicità utilizzando i suoi modi e anche testi-poesie della tradizione partenopea (Salvatore Di Giacomo, Pasquale Ruocco, Eduardo De Filippo). Un’occasione preziosa per conoscere un progetto del Teatro Labrys e per ammirare la maestria rara di Roberto Capaldo (allievo di grandi maestri della Commedia dell’Arte: Ferruccio Soleri, Roberto Gatto, Claudia Contin) un attore capace, veramente efficacemente, di dare corpo e anima a Pulcinella. &lt;br/&gt;Federico Toni - Tracce di Teatro d’Autore&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Continua la grande tradizione della commedia dell’arte italiana anche nel XXI secolo con Roberto Capaldo, che dimostra in questo lavoro tre cose: la prima, quanto sia difficile interpretare una maschera (nel suo caso Pulcinella) con tutte le coloriture e le sfumature che sono necessarie per renderla non solo credibile (non una semplice macchietta da carnevale) ma renderla anche  “uno di noi”. La seconda: come sia possibile – dopo un attento lavoro di studio e approfondimenti – portare avanti la grande tradizione che ha reso il nostro teatro primo per secoli in importanza ed qualità, aggiornandola a oggi per linguaggi e tematiche. La terza, che uno spettacolo di commedia dell’arte funziona perfettamente anche nel 2010.&lt;br/&gt;Capaldo è molto bravo, si vede che dietro al suo lavoro ci sono anni di studio su Pulcinella. Si vede non solo nella perfezione del movimento (a volte sembra di rivedere un dinoccolato Totò, a volte sembra davvero che ci siano dei fili che lo muovono come una marionetta) ma anche nella scrittura del testo, che di fatto segue le caratteristiche di quello che noi chiamiamo “teatro di narrazione” (che poi affonda le proprie radici nei cantastorie e nella commedia dell’arte, e il cerchio si chiude).&lt;br/&gt;Due cose in particolare segnalo: interessante l’uso di accompagnamento musicale solo di batteria (cuore pulsante della musica) che può sembrare scarno, ma a ben vedere sottolinea meglio le tematiche e asciuga la musica dal rischio di diventare retorica e strappalacrime. L’altra cosa che mi ha colpito è come i “cattivi” siano in realtà gli unici che non indossano una maschera, e che sotto la quale sono davvero ridicoli, come a dire: se a quelli così carismatici da convincere gli altri a seguirli anche nel baratro della violenza e dell’illegalità togliessimo la maschera, troveremmo dei mediocri assetati solo di fama, senza la quale non esisterebbero. E gli altri? Cosa c’è sotto la maschera? Sotto quella di Pulcinella e di tutti i personaggi di Morra?  E sotto la nostra maschera cosa c’è? Gaber diceva: “ho il sospetto che non troveremmo niente”.                                                                              &lt;br/&gt;Carlo Magistretti - Bolognateatro.it&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ideedicomunicazione.it/bolognateatro/interviste/interviste-2009-2010&quot;&gt;INTERVISTA RADIO &lt;br/&gt; BOLOGNATEATRO.IT&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;È un Pulcinella contemporaneo, quello interpretato da Roberto Capaldo in “Morra”, miglior spettacolo e miglior regia al Premio Nazionale Calandra 2007. Un Pulcinella che rivisita la grande tradizione della Commedia dell’Arte e colloquia con il pubblico “di quei tre o quattro fatti che conosce”. I fatti in questione sono quelli della cronaca legata alle vicende camorristiche degli ultimi anni, coraggiosamente portati all’attenzione dell’opinione pubblica da Roberto Saviano. E in particolare uno: la storia di Ernesto, giovane lavoratore di Scampìa, famoso quartiere dormitorio delle Vele di Napoli, “ucciso per mano della camorra, ma che con la camorra non c’aveva niente a che fare”.&lt;br/&gt;Il monologo del timoroso ma chiacchierone Pulcinella è al tempo stesso tragico e comico. Tragico per la crudezza dei fatti citati, che raccontano di migliaia di morti ammazzati dal 1979 a oggi in una guerra non riconosciuta ma tuttavia palese. Comico perché la coinvolgente interpretazione di Roberto Capaldo è fatta di salti, lazzi e giochi di parole in un dialetto napoletano comprensibilissimo che diverte, seppur amaramente. Ad accompagnare i racconti di Pulcinella, le percussioni di una batteria e tre valige in continua metamorfosi che, a sorpresa, diventano caseggiati, nascondigli e le famose Vele di Scampìa.&lt;br/&gt;Uno spettacolo crudo e di denuncia in cui “ogni riferimento a persone o fatti realmente esistiti è puramente necessario” e che, attraverso le tante maschere indossate da Pulcinella, racconta il paradosso di Napoli “Paese del sole” dove si continua a morire di fame e di pallottole.&lt;br/&gt;Vania Brogi - PUNTOELINEA BLOG STORY&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Si preannunciava una serata di particolare interesse quella in programma domenica sera al Maso Menestrina di Mezzocorona, un appuntamento a cui la rassegna Solstizio d’Estate teneva molto. &lt;br/&gt;I lunghi applausi del numeroso pubblico presente hanno sancito un successo tanto convincente quanto inaspettato. Perche’ il “Morra” proposto dal napoletano Roberto Capaldo parla di una realta’ geograficamente vicina ma socialmente lontanissima, quella Napoli carica di contraddizioni tanto estreme da risultare di difficile comprensione per chi non le vive quotidianamente. Ma l’ottima prestazione dell’artista partenopeo ha scongiurato ogni rischio, riuscendo invece a tramutare il limite in una risorsa da sfruttare. Non si sorprenda lo spettatore se gli e’ sembrato di camminare in punta di piedi tra le strade di Scampia, il dormitorio di Napoli o di essersi imbattuto nelle fatiscenti vele di Secondigliano. Capaldo ci ha portati tutti la’ e ci ha permesso di respirare quell’aria pesante a cui non siamo abituati. E lo ha fatto grazie all’arte tutta napoletana dell’ironia, del sarcasmo, indossando le vesti di un Pulcinella moderno, protagonista di un omertoso sfogo che tutto dice e tutto tace. Parla di camorra Capaldo, ma lo fa recitando poesie in rima, scherzando con il pubblico, cantando. Nella maniera piu’ scanzonata ma piu’ efficace possibile. &lt;br/&gt;Si ride certo, ma lo si fa a denti stretti.&lt;br/&gt;Accompagnato dalle percussioni di Simone Di Bartolomeo, Capaldo e’ un assoluto catalizzatore dell’attenzione, un talento di cui sentiremo parlare in futuro, Tecnicamente ineccepibile, profondo conoscitore di quella Commedia dell’Arte che utilizza con ponderatezza, l’attore e’ riuscito a ricreare situazioni di profonda empatia e gravita’ senza risultare mai pesante. Tutto cio’ grazie anche ad una regia, quella di Fabrizio Di Stante, di assoluto spessore, capace di esaltare il testo e di accarezzarne le sfumature. Ottimi i giochi di luce, efficaci le scelte sul personaggio che sono riuscite, grazie alle bellissime maschere di Ascanio Celestini, a dare autenticita’ e forza al messaggio. &lt;br/&gt;Lo si sarebbe potuto ascoltare per ore Pulcinella, ma come sottolinea lui sorridendo “parlo solo di quei tre o quattro fatti che conosco”. &lt;br/&gt;Nessuno gli ha creduto, ma questa e’ un ‘altra storia.&lt;br/&gt;Alberto De Simone - L’Adige&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;A Zurigo ci sta la camorra. No a Scampìa: lì ci sta soltanto la manovalanza della camorra; tutt’al più una camorra da mˀorti di fame, oltre che di proiettili per qualche regolamento di conti. Nei bassi napoletani c’è la guerra della camorra (“È necessario che la carne da macello rimanga impantanata nelle periferie, schiattata mmiez ‘e grovigli di cemento e mondezza, din’t ‘e fabbriche a nero e nei magazzini di coca.&lt;br/&gt;E che nessuno lo dica, che tutto sembri una faida tra bande, una guerra tra straccioni”), ma la sua ricchezza, il suo potere, dunque, sta a Zurigo come a Los Angeles. A Scampìa si agitano inutilmente disperati e poveracci, come Ernesto, la disgraziata vittima della camorra raccontata da un Pulcinella che, dai bombardamenti della guerra a oggi, ne ha viste di cose tremende. “È accaduto che questo mio amico, Ernesto - racconta Pulcinella - è morto. È morto sul lavoro per mano della camorra, ma con la camorra non aveva niente a che fare! Ernesto faticava din’t a ‘na bottega di telefonini e poi per arrotondare in un, come dite voi, call center. Lui e ‘a mugliera, Natalia, nu piezz ‘e femmena, non avevano ancora un bambino. Non era il momento giusto. Forse non ce stavano i denari e magari aspettavano a farlo perché speravano di poterlo crescere in un posto un po’ più tranquillo di Napoli, magari al Nord”. Però al Nord il povero Ernesto non c’arriverà mai. È accaduto che Ernesto è stato ammazzato in una città dove per campare devi arrangiarti con mille euro al mese per tredici ore al giorno e mezza domenica libera e tanta fantasia oppure fare il camorrista. O peggio ancora, va a finire che per vivere vai a morire di camorra. Perché a Napoli e nei suoi quartieri si muore ammazzati, come a le Vele (breve spiegazione delle Vele da parte di Pulcinella: “Grossi palazzoni grigi a forma di tende collegati da lunghi ballatoi nei quali ci abitano 80.000 persone. Due volte hanno dovuto far esplodere la dinamite per buttarne giù qualcuno. E’ già, perché la prima volta era rimasto in piedi. Quelli li costruiscono bene, a prova di bomba. Sulla base dei dati ufficiali è possibile costruire l’immagine di Scampìa come un’area periferica metropolitana di recente urbanizzazione, con una popolazione di ceto prevalentemente medio-basso, gravi problemi di scolarizzazione e disagio sociale, forte disoccupazione, bassa acculturazione, profilo professionale relativamente tradizionale con prevalenza di attività connesse ad un’economia statalista. A parte questo Scampìa è un modernissimo complesso residenziale costruito tutto tra gli splendidi anni ’60 e i decadenti anni ’80. Gli abitanti, i velisti, sono invidiati pure dai surfisti di Positano e vengono detti scantinatisti per la fortuna che hanno di villeggiare dentro a comodi e freschi scantinati arredati con l’essenziale. Come dite voi? Minimalisti. A Scampìa non ci stà niente, a parte gli scantinati, niente parchi, scuole, cinema, niente, sò quarant’anni che nun ce stà niente, è un quartiere dormitorio. Appunto, ma dico io, ‘a gente primma ‘e se ‘i addurmì ch’adda fà?”). Dicevamo, le Vele. Alla Vele, la gente prima di addormentarsi cosa fa? Fa tante cose, morendo tutta, in un modo o nell’altro, appunto di camorra. Ernesto è la vittima del piombo, tanti altri della miseria, della mondezza e tutti del “sistema”. Pulcinella scherzando disse la verità. E Pulcinella-Roberto Capaldo la dice questa verità, mascherandosi di volta in volta da maschera napoletana come da personaggi che animano questa triste realtà. Così Pulcinella prende la voce e i modi di figure che hanno nomi e cognomi reali: “Ernesto e sua moglie Rosalia, da una parte, i membri della famiglia Di Lauro, ma anche Raffaele Cutolo, dall’altra. Ogni riferimento a persone o fatti realmente esistiti, insomma, è puramente necessario”, come si legge nelle note allo spettacolo scritto e interpretato da Roberto Capaldo (Pulcinella) e con la regia di Fabrizio Di Stante, andato in scena al Teatro Labrys di Veroli. “Morra” è così un grande monologo interpretato con efficace bravura da Capaldo che, come in un lucido, sarcastico e realista racconto di cronaca nera, illustra questa terribile situazione napoletana dove tutto appare insensato e logico allo stesso tempo. Non ha senso la morte di Ernesto mentre se ne stava buono buono a lavorare al negozio di telefonini. Ma lui teneva una lontana parentela con un camorrista (“Se l’hanno sparato qualche motivo pure ci deve stare! Perché i camorristi saranno un poco cattivelli, ma quelli sò precisi, non sbagliano. Non c’è mai errore, ma punizione. Ve l’ho detto, io a Ernesto lo conoscevo bene. È morto sul lavoro e con la camorra non c’aveva niente a che fare. L’hanno sparato, o meglio l’hanno punito, solo perché uno dei soci del negozio dove lavorava aveva una lontana parentela con uno dei traditori del boss Paolo Di Lauro, Ciruzzo”), e allora, si può trovare un suo perché al fattaccio. È tutto così insensato e allo stesso tempo così spiegabile e logico. I numeri parlano chiaro: “La camorra ti paga 2.500 euro a omicidio e ti dà 400 euro a settimana per fare da palo tre o quattro ore al giorno. Puoi scegliere il lavoro che più ti piace: pusher, guardiaspalle, sentinella, prestanome, corriere e c’è anche la possibilità di fare carriera. Puoi diventare capozona e arrivare a guadagnare fino a ventimila euro al mese”. E perciò è comprensibile che davanti a 600 euro al mese, e se ti va bene ti fanno un contratto da 850, ma sempre 600 te ne danno e i privilegiati arrivano a 1.000 euro, ti dai alla camorra. La baracca di Ciruzzo frutta 500mila euro al giorno”. Le cose stanno così, lo dice Pulcinella che, sempre scherzando, disse la verità. E la verità è questa. Allora direte voi: “Ma dove stanno tutti ‘sti soldi se la gente a Scampìa, Secondigliano, Melito continua a morire di fame? Gira mezzo milione di euro al giorno per le strade napoletane ma la verità è che Ciruzzo, Cosimino, Mazzarella, ‘o chiatto, ‘a scignia, ‘o boia investono in aziende, negozi, ristoranti, alberghi che stanno in Canada, Australia, Gran Bretagna, Svizzera. Ciruzzo, Cosimino, Mazzarella, ‘o chiatto, ‘a scignia, ‘o boia sono finanzieri, manager, imprenditori, non sono guappi di quartiere e abitano Tenerife, Monaco, Varsavia! Ciruzzo, Cosimino, Mazzarella, ‘o chiatto, ‘a scignia, ‘o boia sono arrivati a investire in Cina dieci anni prima di Confindustria. La Cina è piena accussì di imprese della camorra napoletana! Uagliò se ci pensate bene hanno molto meno a che fare Scampìa e Secondigliano con la camorra che Pechino, Los Angeles e il Veneto. Ma è ‘ccà che scorre il sangue, è quà che saltano in aria i negozi e si ammazza una persona al giorno. È nel paese d’o sole che si tagliano le teste, che ti sparano in faccia e bruciano i cadaveri. È nel paese del mare, che si guarda e non altrove. È nella città di Pulcinella che ci hanno detto che stà il problema”. Tutto qui. Così semplice. Così terribile. E sarà sempre in questo modo fino al giorno “in cui la gente della Campania capirà che vale più un tozzo di pane libero che una bistecca da schiavi”.&lt;br/&gt;Sergio Gilles Lacavalla - L’Avanti&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Sì, non avevo più speranza di salvarmi.” – dice la maschera vuota. Un faro di luce la illumina e al solo nominare dei bombardamenti della guerra il batterista incalza sempre più velocemente fino a quando… la storia di un Pulcinella ormai passato si interrompe: il “Signor Barone è ormai lontano”, l’attore si mette la maschera ed ecco che inizia una nuova storia, la storia di Ernesto: vittima di una Napoli corrotta, dove la xxmorra si gioca tutti i giorni e la giocano i più bari. Il racconto ricamato di lazzi e sberleffi è un’elegante ring composition (composizione ad anello) all’interno della quale una storia amara viene resa famigliare alle nostre orecchie dalle citazioni della stampa. L’attore: Roberto Capaldo, accompagnato da suggestivi ritmi percussivi di Simone Di Bartolomeo, si muove con precisione su ogni singola pulsazione ritmica, il movimento è diviso in gesti frammentari e pantomimici, tutto il corpo partecipa all’azione e segue linee precise di estensione. Ma non è mai troppo scomposto, al contrario è armonico e partecipa pienamente ai movimenti tradizionali della maschera di cui si fa portatore: Pulcinella. Pirotecnico, snodato e disarticolato cade e si rialza, piroetta e salta ed esce anche da se stesso: Capaldo ci propone la sua immagina riflessa in altri e ancora altri personaggi senza mai compiacersi del suo essere attore, bensì lasciando che le drammatis personae siano al centro di ogni finzione e dell’immaginario dello spettacolo: a partire da Pulcinella, per passare al “Professore” (così detto Raffaele Cutolo, ideatore e firmatario del manifesto della Camorra) per finire con l’immagine più suggestiva di tutta la rappresentazione, quella della “Vecchierella” ovvero la cara è vecchia Morte… Questo personaggio, che ci viene presentato alla fine dello spettacolo quando Pulcinella lo incontra per la sua strada, è la rivelazione più sconvolgente perché sembra venire fuori da un mondo lontanissimo, una tradizione persa nei secoli: arriva nel profondo dell’immaginario psichico. E per farlo Capaldo si è servito della solita maschera messa però sul capo coperto da una bandana nera. Muovendo la testa ci da l’impressione che la maschera sia viva, e grazie alla compostezza delle mani che descrivono però degli atteggiamenti fantastici, ricalcando movenze mimiche anti-naturalistiche, ci presenta una Morte con la testa incassata nelle spalle, le mani aperte a ventaglio di fianco le orecchie o - sempre a ventaglio - sopra un mobile o ancora snodatissime si intrecciano tra loro, costruendo un personaggio che va al di là dell’essere umano e che è caratterizzato da un antropomorfismo mostruoso e deforme. Mozzafiato. Ed è allora che l’attore conclude questo spettacolo-denuncia. Denuncia di associazioni a delinquere internazionali dure a morire e spietate nello spargere sangue a volte innocente, e denuncia dell’imprenditoria edilizia assecondata dal laissez faire corrotto dei politici di turno (Scampia è la località più nominata con i suoi “modernissimi complessi residenziali”: “Le Vele di Napoli”, “Le case dei Puffi”… e lì vicino la zona di Secondigliano). La scenografia è minima e descrittiva: esplicazione visiva delle parole di Pulcinella e in questo e non solo (per esempio anche nel disegno luci) la regia di Fabrizio Di Stante è coinvolgente e emozionante.Poi lo spettacolo finisce “e allora capisci che questa è una guerra e dove c’è guerra non c’è speranza”.&lt;br/&gt;Anita Miotto  - KULT underground n.149&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;</description>
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      <title>MADEINCHINA</title>
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      <pubDate>Sun, 9 Jan 2011 13:56:55 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Voci/2011/1/9_MADEINCHINA_files/DSC_0094.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Media/object012_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:111px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Dopo aver indagato la camorra con Morra, Roberto Capaldo torna con un nuovo monologo di teatro civile [...] l’attore dipinge con lucidita’ ed ironia l’odissea e le contraddizioni di un popolo sospeso tra tradizione e modernizzazione forzata”.&lt;br/&gt;Giovanna Crisafulli - La Repubblica&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;MADEINCHINA è un monologo capace di raccontarci in modo non banale il presente senza dimenticare di essere a teatro e non ad un comizio, un tentativo di coniugare linguaggi diversi che merita attenzione . MADEINCHINA possiede un'energia legata ad un lavoro artistico maturato nell'arco del tempo fuori da manierismi modaioli, una struttura drammaturgica e scenica mobile con continui rimandi ad una rappresentazione che coniuga teatro di narrazione e d'attore, commedia dell'arte ed elementi oleografici del teatro tradizionale cinese e delle ombre, e che racconta una storia di sfruttamento apparentemente lontano ma che invece ha un chiaro riflesso sulle nostre esistenze.&lt;br/&gt;Capaldo, con un'energia attoriale maturata nel suo percorso che va dal terzo teatro alla commedia dell'arte,  un teatro spesso a contatto con il pubblico, porta in scena  un monologo che, come pochi altri, riesce a restituire  un linguaggio personale fuori dagli schemi, un monologo intenso e divertente, surreale e tragico. Una modalità di fare teatro che trae la forza da una reale necessità politica ed esistenziale, intima ma al contempo a stretto contatto col presente                                                                  Motivazione del premio “Storie di Lavoro”&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;http://www.radiobase.eu/mnch/site/index.asp?v=v_news_detail&amp;itm_id=20100625_111056_9581_26%0A&quot;&gt;INTERVISTA RADIOBASE FESTIVAL ARLECCHINO D’ORO 2010&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Guardatevi l’etichetta del maglione, della sciarpa che vi ripara dai rigori novembrini, delle scarpe fresche di shopping. Controllate il marchio della tazza da cui state bevendo il caffè che accompagnate alla lettura del giornale, dell’orologio al polso, della matita con cui finirete il sudoku quotidiano. Quanto “Made in China” c’è nella vostra vita? Tanto, tutto, sostiene Roberto Capaldo, autore, regista e unico attore dello spettacolo in scena alla Torre dell’Acquedotto di viale Buffoli 17 (sabato 3 dicembre), che si intitola proprio come la famigerata targhetta: “Made in China”.&lt;br/&gt;Il one man show si ispira alla storia vera di due contadini cinesi migrati in città per cercare fortuna come operai nelle fabbriche delle multinazionali: quando uno muore, l’altro decide di portarne a casa le spoglie, macinando chilometri e chilometri con un cadavere sulle spalle. A piedi, sul treno, in bus. La Cina si divide, tra la nuova società indignata dal macabro rito e le campagne che rivendicano l’antica tradizione. Nel mezzo c’è il paese industria, l’impero di mezzo che fabbrica il mondo, messo a nudo in tutte le sue contraddizioni (lo sapete quante tasse si devono pagare per mangiare un maiale?) da un monologo dinamico, irriverente e serratissimo, in cui Roberto da voce non solo ai due contadini, ma anche allo spettro del “grande timoniere” Mao Tze Dong e a Philip Knights, il ceo di Nike, presso cui la coppia di operai lavora.&lt;br/&gt;Maschere tradizionali, pupazzi, squarci del libretto rosso e videoproiezioni tra Youtube e Hollywood: sul palco della Torre si inseguono i ritmi adrenalinici del consumo globale “made in china”. Quello che Roberto, residente in Paolo Sarpi e dintorni, ha provato a evitare per un po’, “ma è difficilissimo, perché la Cina è ovunque, tutti vanno lì per produrre low cost anche se poi si lamentano che gli orientali fanno sempre più affari dell’Occidente”.&lt;br/&gt;Lo spettacolo, che ha vinto il premio “Storie di lavoro 2011”, getta la maschera di un’economia mondiale ipocrita e facilona, incapace a dialogare con quel continente giallo in cui entrare nelle fila degli schiavi delle grandi fabbriche significa uscire dal vicolo cieco delle campagne, incapace soprattutto di portare, insieme alla valigie di soldi, quelle dei diritti civili. E smaschera anche le nostre prurigini con la Cina, quelle di tutti i giorni. “Dicono che cuciniamo i cani, i gatti, gli scarafaggi e i topi morti – recita Roberto alias Zuo -. Intanto la sera sono nei nostri ristoranti a mangiarsi riso, bambù, pollo e peperoni. Dopo stanno male ma stai sicuro che ritornano sempre. Perché?”. Per la risposta, stavolta, guardate al portafoglio. Rigorosamente “made in China”.&lt;br/&gt;Luca Zorloni - Il Giornale&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Maschere e proiezioni, storia e denuncia, grottesco che incontra il quotidiano: tutto questo è &amp;quot;Made in China&amp;quot; il monologo di Roberto Capaldo, sospeso fra commedia dell'arte e postmoderno[...]la storia di Zuo Jaobing, uno dei novecento milioni di contadini che si sono trasferiti dalle campagne per lavorare nelle fabbriche aperte dalle grandi multinazionali nelle città, vale la pena di essere ascoltata. Così per bocca di Capaldo, in un cinese immaginato ma comunque sottotitolato sul grande schermo al centro della scena, si è snodata sul palco, fra video e numeri che restano impressi, la storia che sa di denuncia di una fabbrica di scarpe come tante dove aleggiano gli slogan comunisti del fantasma imperituro di Mao e quelli, tristemente più efficaci, del manager della Nike in cui l'attore si trasforma indossando un paio di occhiali scuri. Ma infine, i protagonisti che davvero hanno coinvolto il pubblico sono stati l'amico Chnag Shaowei, vivo per miracolo e divenuto suo malgrado testimonial del mito Nike trasportando a spalla per decine di chilometri il cadavere di Zuo, e un tempo: sei minuti e sei secondi. Sono quelli concessi ad un operaio cinese per assemblare ed incollare un paio di scarpe da centinaia di euro che si trovano nei negozi sportivi. Tematiche potenti e teatro civile dunque a dare il via al tour de force di otto spettacoli tutti da godere in giugno, in questo &amp;quot;Solstizio d'estate&amp;quot; arrivato alla ventunesima edizione, capillare come non mai nei vari comuni rotaliani. &lt;br/&gt;Liviana Concin - Trentinocorrierealpi&lt;br/&gt; &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Roberto Capaldo ha portato sul palco allestito in Piazza Alberti Made in China per il Festival Europeo Arlecchino d’oro. Lavoro di grande dinamismo scenico sul consumismo visto con gli occhi di chi per soddisfarlo viene sfruttato. Le scardi una notissima marca americana hanno funto da moderni idoli, come tali venerati da una parte e dall’altra, per motivi differenti. La vacua regola dettata dalla moda occidentale non si è contrapposta ma sovrapposta alla necessità contingente per l’orientale di trovare lavoro, guadagnare, mangiare. Di vivere insomma. Ed è qui, dopo aver lasciato supporre una certa via, che Capaldo ha piazzato un magistrale coup de teatre. Prima ha denigrato il capitalismo poi si è avventato, con ancora maggiore impeto censorio, sul comunismo. Sul defunto ma tuttora osannato leader Mao Tze Dong che, in cambio di uno stipendio misero non ha esitato a sradicare il suo popolo dai campi affamati per richiuderlo in fabbriche, costringerlo ad orari di lavoro estenuanti, esporlo a sostanze nocive, senza mutua o ferie. Omologando gli individui a braccia meccaniche. Non più persone bensì numeri in un capannone affollato da altri numeri. Cancellando radici, affetti familiari e personalità individuale. Gli slogan ideologici di partito sono risuonati simili a quelli pubblicitari delle multinazionali. Lo spettatore è così stato privato di ogni alternativa. Impossibile non acquistare più prodotti Made in China: sono tali anche quelli che recano altre diciture. Impossibile spezzare la catena. Si può solo parlarne usando anche il mezzo teatrale, da sempre strumento di denuncia. Conclusione amara, agghiacciante, col dettagliato elenco dei fattori che vanno a comporre il prezzo degli adorati status simbol: una ventina di costosissime voci corollario e solo pochi centesimi nelle tasche di chi per le scarpe lavora fino a morire. Morte vista non come fine ma come unica possibilità di recuperare riti e tradizioni. Di fare ritorno al villaggio culla della propria anima abbandonata. Di riallacciare i disciolti legami atavici. Finale troppo crudele? Sì. Come solo le storie vere sanno esserlo. &lt;br/&gt;La Cittadella di Mantova&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Un monologo, lo sanno bene gli addetti al lavoro, non è un genere facile. Ci vuole una storia coinvolgente e un attore capace di tener viva l'attenzione del pubblico. L'impresa è ancora più ardua se il personaggio da interpretare è un cinese, di una cultura estranea quindi, in più morto, e l'attore è alto, biondo, con la barba, com'è Roberto Capaldo. Ma, avendo visto “Morra”, si sa che ciò per lui non costituisce un ostacolo. Infatti, anche coi minimi mezzi riesce a convincere il pubblico di essere Zuo, un cinese morto che sta dialogando con Mao, mentre racconta la sua esperienza, vissuta insieme all'amico Chang. Allevati sull'insegnamento del “Grande Comandante”, dopo la sua morte, Zuo e Chang, come altri milioni e milioni di cinesi, si sentono come spaesati, orfani e cercano la sua protezione. Insieme partono quindi alla nuova avventura in una Cina che sta cambiando dalla dittatura del comunismo più miope verso un capitalismo “madeinchina”.  Le dottrine di cui sono imbevuti i loro cervelli servono però ben poco in questa nuova dimensione, l'ingenuo contadino cinese non sa districarsi nell'epoca moderna, dove non si riesce capire nemmeno chi sia il “nemico di classe”. Nel sottofondo della loro tragica storia, si visualizza un mondo pieno di contraddizioni, dove la faccia del capitalismo adottato non è meno crudele del comunismo che l'ha preceduto, in quanto insensibile alle sofferenze dell'individuo. Agnes Preszler - Ciociaria Oggi&lt;br/&gt;</description>
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      <title>JOY</title>
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      <pubDate>Sun, 9 Jan 2011 13:56:43 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Voci/2011/1/9_JOY_files/original.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Media/object029_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:94px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Quando si decide di fare uno spettacolo ai margini del grottesco, utilizzando l’esagerazione, il gesto portato alla sua esasperazione comica, può capitare che se succede realmente un imprevisto, quest’ultimo venga fagocitato dallo spettacolo, accolto dal pubblico come una finzione, può capitare dunque che entri in qualche modo a far parte della performance. È proprio quello che è successo la sera del 22 giugno alle Fonti di Pescaia durante lo spettacolo Joy di Teatro Inverso: l’attore Roberto Capaldo pochi minuti prima della fine dello spettacolo, mentre il suo personaggio attentava per la terza volta alla vita del compagno di avventure (Davide D’Antonio), si è trovato a far fronte ad un “problema tecnico”: ha avuto un incidente ad una spalla, e lo spettacolo si è dovuto interrompere. Ma il bello è stato che in quel momento e per i minuti seguenti buona parte del pubblico presente, compresi gli operatori, è rimasto sospeso in quella zona grigia che si trova tra realtà e finzione: non era possibile capire se l’incidente facesse o meno parte dello spettacolo. Un finale a sorpresa per tutti dunque, anche per gli attori. Il fatto che ci siano stati quei minuti di indecisione tra il pubblico fa pensare che lo spettacolo sia realmente riuscito, quell’esagerazione era tanto credibile da aprire la storia a diverse soluzioni. Chissà che direzione avrebbe preso o prenderà in una prossima replica questo spettacolo, in conseguenza a questo imprevisto, materia succulenta per chi lavora con l’improvvisazione, e in particolare per uno spettacolo come questo, che è stato pensato come work in progress, che subisce una metamorfosi di volta in volta a seconda dell’interazione col pubblico e dello spazio in cui viene performato. Uno spettacolo che di per sè è un gioco grottesco, gioca infatti con le reazioni del pubblico, indaga il limite tra la vita e la morte, porta all’esagerazione e all’assurdo il tema di quello che è necessario e vitale per un individuo e quello che non lo è. Joy appare una performance dove il concetto dell’attaccamento alle cose viene preso e portato all’assurdità. Parla appunto della nostra ossessione per il possesso degli oggetti, che potrebbe portarci ad attaccarli col nastro adesivo al nostro stesso corpo, proprio come fa provocatoriamente uno degli attori in scena. Questo attaccamento si può manifestare come volontà di distruzione delle cose o volontà di accumulo, due declinazioni della stessa ossessione, rappresentata dai due personaggi in lotta sulla scena: il primo personaggio è quello che vuole qualsiasi tipo di cose e minaccia il pubblico con una pistola, il secondo è quello che le distrugge, martello alla mano. Il primo si presenta in scena e sussurra all’orecchio delle persone tra il pubblico parole che inizialmente appaiono senza significato: -Scusi, Lei, ce l’avrebbe un piccolo oggettino da darmi?-, in cambio di un oggetto personale concede una sedia di plastica o uno sgabello; questa cortese richiesta nel corso dello spettacolo si declina in una minaccia con tanto di pistola a cui chiaramente l’ostaggio scelto tra il pubblico non si può sottrarre, quest’ultimo deve rispondere anche all’interrogatorio sul perchè della scelta di quell’oggetto e sul legame affettivo che lo lega ad esso. Cellulari, sciarpe, borse, chiavi della macchina, pezzi di pizza, birre, si vanno a sommare al mucchio di cose che i due compagni già possiedono e contribuiscono a creare una scenografia alquanto caotica e disordinata. L’altro personaggio invece ha l’obiettivo di distruggere le cose che il compagno ha collezionato, farle a pezzi, e per questo viene sottoposto a violenze da parte dell’altro. Lo spettacolo è costituito da un crescendo di violenza tra i due personaggi, che va di paripasso con un aumento dell’energia sulla scena, e proprio nel momento in cui ha raggiunto il suo massimo di energia e di aspettativa nel pubblico, si interrompe. Rimane senz’altro il desiderio di sapere come termina lo spettacolo, anche se lasciarsi suggestionare dalla performance e dal suo finale può saziare comunque lo spettatore.                             Giulia Romanin Jacur - Lavoro culturale.org&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;“Joy”, una performance estratta da uno spettacolo più grande, appena reduce da una presentazione in lingua inglese al festival di Istanbul. “Grottesco” è l’appropriato aggettivo usato nelle note di regia per questa curiosa performance che potrebbe essere di strada e che gioca con due caratteristiche fondamentali dell’essere umano e del suo vivere: il paradosso e l’attaccamento alle cose materiali.Il primo tema è una declinazione filosofica, uno status quo in cui i performer Roberto Capaldo e Davide D’Antonio si calano fino alla gola e dove restano, caparbi, fino alla fine, affollando l’ambiente con la rappresentazione più immediata della seconda istanza, l’attaccamento. Accatastati in una disordinata e coloratissima montagna che sa di installazione alla Biennale, una quantità insospettabile di oggetti di ogni natura. Pupazzi, ombrelli, vecchi giocattoli, un Commodore 64, un joystick, peluche, bidoni della spazzatura, telefoni cellulari, scatole e sgabelli rubati al teatro stesso. Il tutto ammassato ai piedi di quello che sembra essere un ibrido tra un chiosco e una baracca di burattini, addobbata con un’insegna luminosa scorrevole che passa in rassegna unità di peso e quantità minime, ingredienti per la giusta dose di materia da impiegare nel cosmo. L’azione prende il via da una telefonata di uno (Capaldo) all’Istituto di Astrofisica, dalla quale ci si aspettano risposte a domande essenziali sul senso della vita. Da sotto a un cumulo di ciarpame emerge l’altro (D’Antonio), personaggio muto che sembra scappato da un film dei fratelli Marx. Il senso della performance diverrà presto l’interazione tra gli attori e il pubblico, attraverso – va da sé – gli oggetti. I due attori contrattano con gli spettatori seduti per terra perché cedano in prestito un proprio oggetto in cambio di una sedia o di uno sgabello. E allora ecco che nel mucchio finiscono effetti personali di ogni genere: chi si sfila un maglione, chi affida la borsetta, qualcuno fa a meno del cellulare, qualcun altro dell’ombrello. E cresce il divertimento, complice l’ottimo ritmo e la simpatia di Capaldo e D’Antonio, gustosa coppia comica divisa tra mimo e nonsense humour. Finiranno a inventare per ciascun oggetto una storiella, nell’ansia di assegnare ad esso una proprietà esclusiva (“Questo è il mio primo ombrello, l’ho comprato quel giorno di settembre a Edimburgo 12 minuti dopo che si è messo a piovere”, esempio indicativo, n.d.r.): l’attaccamento agli oggetti è una ragione di vita. Troppo spesso ne è il senso. Lo spettacolo – progetto, come ovvio, che può avere ogni tipo di durata – procede agile molleggiandosi sulla propria semplicità e mettendo bene in risalto la potenza scenica (in questo caso comica) degli oggetti. Il sapore clownesco della performance (dalla mise in mutande e copricapo bicorno al sudore forsennato, i corpi non si risparmiano) e dell’impianto generale ci fa ingoiare facilmente lunghe durate di silenzi e mimica. &lt;br/&gt;Sergio Lo Gatto - Krapp’s Last Post&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Lo spettacolo ideato da Davide D’Antonio e Roberto Capaldo è molto divertente, il loro un gioco a perdere e a perdersi, fin dall’inizio: cercano un dialogo fisico ed emotivo con chi guarda, cercano di tirare il pubblico dentro lo spettacolo, rubandogli oggetti, costringendoli all’interazione. Punti cardinali sono proprio gli oggetti, con i quali poter dialogare e inventare, in gioco è il loro possesso e il loro utilizzo a fini di scambio, così come la loro naturale distruzione. Perché gli oggetti hanno uno strano equilibrio, servono fino al punto di non servire più.                                                            &lt;br/&gt;Simone Nebbia - Indi-Tendente Collettivo Alternato&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Joy di Davide D'antonio e Roberto Capalbio,  è un divertissement, una declinazione della perfoming art, atta a dissolvere le certezze del nostro esistere basate sull'acquisizione dei beni materiali che vengono indagati nella loro duplicità di possesso come compensazione e status symbol, e la loro intrinseca inutilità. In un agglomerato di oggetti, sedie, giocattoli, delimitate da una striscia di diodi blu, mentre un display luminoso ricorda, a loop, che un corpo umano di 75 kg contiene 45 kg d'acqua, calcio per imbiancare un pollaio, ferro per un chiodo di 5 cm, grasso per 70 saponette, fosforo per 2500 fiammiferi, carbonio per 900 matite e un cucchiaio di magnesio. Intanto, nel mucchio di oggetti accatastati un uomo sembra dare il via allo spettacolo con il fare di chi si appresta a vendere un prodotto in una fiera campionaria ma poi, messo mano al microfono vi rinuncia a parlarvi dentro e inizia a interagire col pubblico chiedendo  cose all'orecchio mentre gli interpellati reagiscono in vario modo...  Si tratta di collezionare vari oggetti (stasera parliamo di cose vostre). In cambio ottengono delle sedie (si sta assiepati in piedi o seduti per terra ad assistere alla performance). Intanto un secondo uomo, nascosto all'interno di un cubo di plastica, rivela la sua presenza azionando il motore di un frullatore tradendo così una vocazione luddista che lo portano a voler distruggere gli oggetti sia quelli già accatastati sia quelli che collezionano entrambi dal pubblico, ne nasce una competizione, una  lotta per il possesso (e la distruzione) degli oggetti. Intanto il primo che sottrae gli oggetti alle mire distruttive del secondo adducendo motivi di valore affettivo, alterna telefonate con la madre che lo tempesta delle classiche raccomandazioni mammesche a conversazioni con l'Istituto di Astrofisica Bohr di Copenaghen al quale ha fatto una domanda:  come mai la massa dell'universo può decidere se questo si espande all'infinito o invero torna a comprimersi in un nuovo big bang mentre per noi l'accumulo di oggetti  è segno di felicità? Questa a grandi linee la struttura di una performance la cui linea drammaturgica è ottenuta attraverso il metodo della composizione istantanea che alterna a momenti  chiaramente prestabiliti altri di improvvisazione in base al luogo e alla reazione dei presenti che i due interpreti/performer sanno condurre e prendere spunto con celata maestria. Uno spettacolo ludico, divertente, di partecipazione collettiva, perfetto per luoghi non canonici di rappresentazione quali il foyer del teatro (o il sovrappasso Atac dove doveva svolgersi in un primo momento). Il pubblico partecipa, divertito prestando oggetti più o meno personali (borse, soprabiti, cellulari, ombrelli) con insolita accondiscendenza. Per la durata della performance gli spettatori vivono liberi dalla schiavitù degli oggetti, mentre il display ricorda che piuttosto che tornare polvere potremmo a nostra volta essere degli oggetti, peccato che conclusasi la performance tutti si avventano a riprendersi il maltolto e lo status quo venga così  ristabilito...                                                                                                &lt;br/&gt;Alessandro Paesano - Teatro.org</description>
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      <title>SANTA LA TERRA</title>
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      <pubDate>Wed, 1 Dec 2010 16:59:33 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Voci/2010/12/1_SANTA_LA_TERRA_files/_MG_2192.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Media/object011_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:123px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;MOTIVAZIONI PREMIO GOLDONI OPERA PRIMA&lt;br/&gt;“Santa la terra che non nutre i suoi figli” mescola con efficacia storia grande e documentaria, ovvero la tragedia di Gaza, con quella piccola, innestata su stilemi quasi da fiaba magica, vedi la sorprendente figurazione simbolica della Ragna, donna arpia-uccello traumatizzata dai tanti lutti e divenuta creatura inferica, neo gotica ma motivata e radicata nella vicenda presentata. Brachilogie nervose nel tessuto dialogico, spezzettato e mai ornamentale, attenzione accurata portata su dettagli di una realtà sociologicamente ben circoscritta, conflitti prospettici tra mondi dell’esperienza (i vecchi) e quello irresponsabile ludico dell’infanzia, rendono il montaggio sempre ben controllato linguisticamente e allusivo, intrigante e inquietante”.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Silvia Canevara, Il Cittadino&lt;br/&gt;Santa la Terra, scritto dalla giovanissima Chiara Boscaro per la compagnia “Impresa teatrale fratelli Meucci” di Milano. «Anche se è ambientata in Palestina, spiega De Capua, è una storia universale, che parla di guerra e di chi più di ogni altro ne fa le spese, ovvero gli anziani e i bambini, costretti dalla drammaticità della situazione a trasformare il tetto di un palazzo in uno spazio innaturale per il gioco e il divertimento».&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Fabio Ravera, Il Cittadino&lt;br/&gt;“La noia è un dono”, dice il nonno paraplegico alla piccola nipote: “Se muori di noia vuol dire che non muori di bombe”. La bambina però non è d’accordo, perché i suoi 12 anni appena compiuti non si possono abituare al male e a una vita da esule sul tetto di un palazzo. E allora inventa, fantastica e sogna di tornare laggiù, su quella terra intravista e mai vissuta, mentre lo sguardo del nonno-soldato in carrozzella la richiama all’ordine. Ma i sogni non si possono ingabbiare, e quella prigionia d’altura, quel posto dove si vive schiacciati da un cielo gravido di pericoli senza nome, diventa uno spazio stretto per contenere l’esuberanza e la voglia di vivere di un’adolescente, che vorrebbe fare il bagno nella sua piscina gonfiabile ma non può perché l’acqua “serve per bere”, che vorrebbe diventare ballerina ma è costretta a lavorare come una sguattera e ad accudire il nonno. E che soprattutto vorrebbe vedere quella terra che il nonno la obbliga solo a immaginare, perché laggiù regna il male e solo sul tetto ci si può difendere dalle bombe dei nemici. Ma non basta alla bambina, che con il suo salto finale nel buio, un gesto estremo ma di assoluta libertà, spiazza gli spettatori, mentre il nonno, impotente sullo sfondo, la implora di fermarsi. (…) una rappresentazione che ha emozionato il pubblico e che ha messo in mostra il talento di due attori come Linda Caridi, straordinaria nel calarsi nel ruolo di una bambina, e di Roberto Capaldo, anche lui promosso a pieni voti nella parte del nonno inflessibile. Con loro, sul palco, un terzo personaggio, la Ragna, una donna che appare sul grande schermo al centro della ribalta e che diventa “icona, immagine di qualcosa da amare e da idolatrare”, come ha spiegato il regista Stefano Simone Pintor. (…) Pur tra inquietudine e dolore, non mancano gli aspetti fiabeschi, perché la vicenda è “filtrata dal punto di vista della bambina”.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Silvia Canevara, Il Cittadino&lt;br/&gt;“Mi si spezza il cuore al pensiero di dover scegliere un unico vincitore, ma queste sono le regole: il vincitore della prima edizione del premio drammaturgico “Lodi di Pace” è l’Impresa Teatrale Fratelli Meucci, il miglior testo Santa la Terra di Chiara Boscaro”. (…) “L’eccellente immedesimazione degli interpreti e una regia di grande efficacia densa di echi talora fiabeschi” li ha convinti a premiare il lavoro di questa compagnia milanese, che venerdì sera ha potuto fare rientro a casa con entrambi i premi in palio, uno alla migliore rappresentazione, l’altro al miglior testo. Nel motivare la propria scelta, la “forte intensità emozionale” del testo, ambientato sul tetto di un palazzo assediato dalla guerra: “L’incombere di una oscura minaccia che costringe due creature emblematiche della condizione umana – un vecchio e una ragazzina – a un’esistenza prigioniera e precaria, non tarpa il loro anelito alla libertà. L’utopia della pace soffia nella realtà tragica del loro presente come una lieve speranza di normalità”.&lt;br/&gt;&lt;a href=&quot;http://www.ilgiorno.it/lodi&quot;&gt;www.ilgiorno.it/lodi&lt;/a&gt;, 19 Settembre 2011&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Daniela G. Carrabba, &lt;a href=&quot;http://www.cremona.mondodelgusto.it/&quot;&gt;www.cremona.mondodelgusto.it&lt;/a&gt;&lt;br/&gt;Due i premi assegnati a Santa la Terra:  all’autrice del testo, Chiara Boscaro, ed alla Compagnia Impresa Tratrale Fratelli Meucci che ne ha messo in scena la prima rappresentazione per la regia di Stefano Simone Pintor. Ecco la motivazione espressa dalla giuria: “L’incombere di una oscura minaccia di guerra che costringe due creature emblematiche della condizione umana, un vecchio e una ragazzina, ad un’esistenza prigioniera e precaria, non tarpa il loro anelito-diritto alla libertà. L’utopia della pace soffia nella realtà tragica del presente come una lieve e non arresa speranza di normalità, e grazie ad una regia di grande efficacia e densità di echi, talora fiabeschi e straniati, ed alla eccellente immedesimazione nel ruolo degli interpreti, ha saputo comunicare al pubblico una forte intensità emozionale”.&lt;br/&gt;</description>
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      <title>VITE ALL'INCANTO</title>
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      <pubDate>Sat, 20 Nov 2010 12:31:24 +0100</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Voci/2010/11/20_VITE_ALLINCANTO_files/Kapo8%20%5B1024x768%5D.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.robertocapaldo.it/robertocapaldo/CRITICA/Media/object003_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:123px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Il 27 GENNAIO 2012 al Teatro dei Marsi di AAvezzano, gerarchi nazisti e kapò sono stati letteralmente “svenduti” al pubblico numerosissimo e molto attento, proveniente da tutte le scuole superiori della Marsica, per assistere allo spettacolo teatrale “Vite all’incanto” portato in occasione della Giornata della Memoria. &lt;br/&gt;L’attore e autore dello spettacolo Roberto Capaldo, coadiuvato da Walter Maconi, ha venduto per qualche chevingum masticato o poco meno, l’anima rinsecchita e rattrappita dei kapò e dei gerarchi che sono passati alla storia per la bestialità delle loro azioni e dei loro scellerati progetti di sterminio. &lt;br/&gt;Tanti i gerarchi citati e messi all’asta e di ognuno è stata descritta la vita, la carriera, le mansioni durante la guerra e la fuga molto spesso nell’America latina, in Argentina o in Brasile, dove grazie a passaporti e nomi falsi, grazie a governi insolenti che li hanno accolti come eroi, grazie ai fondi dell’operazione O.D.E.S.S.A. e grazie purtroppo alle rat-line o alle vie di fuga dei monasteri, sono riusciti a salvarsi ed a sottrarsi alla giustizia. &lt;br/&gt;Nello spettacolo, emozionante e intenso, tante le citazioni ai drammi attuali, alle deportazioni dell’epoca moderna, ai profughi ed ai clandestini. A corredare la scena, le sculture di Antonio Catalano: tanti “uomini” di legno, ferro, plastica e oggetti di scarto, che erano lì davanti al pubblico, quasi come un altro pubblico, fermo, immobile, bloccato, come se il tempo avesse congelato le loro anime e i loro corpi, come se stessero ancora lì, nei campi di concentramento, deve le anime si svuotavano, della loro dignità, calpestata, violata, distrutta.&lt;br/&gt;TERREMARSICANE.IT&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In un gremito Teatro dei Marsi, che ha visto la partecipazione di 600 studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado di Avezzano e del Territorio, si è svolta Venerdì 27 gennaio 2012 alle ore 11,00, la rappresentazione “VITE All ʼ INCANTO - bando pubblico per un riacquisto di memoria collettiva”, con Roberto Capaldo e Walter Maconi, sculture di Antonio Catalano voce registrata di Lorenza Zambon, luci di Roberto Santavicca. Una coproduzione Casa degli Alfieri / Universi Sensibili / Teatro dei Colori, con il patrocinio del Comune di Avezzano. Momenti di straordinaria suggestione, creati dal particolare allestimento di sculture, alternati ad interazioni con gli spettatori. Roberto Capaldo e Walter Maconi hanno saputo proporre il tema dellʼOlocausto, con un approccio pedagogico, storico ma anche disincantato, coinvolgendo gli studenti in una sorta di paradossale compravendita, ”allʼincanto“ appunto, delle sembianze antropomorfe dei personaggi storici delle sculture e con forti ed incisive riflessioni sugli antichi ed attuali valori umani. La manifestazione è stata preceduta dai saluti di Antonello Floris, Mons. Pietro Santoro, Gabriele Ciaccia. Erano presenti i rappresentanti delle Istituzioni civili, religiose, militari del territorio. Un invito a ricordare, ma in modo attivo, con il dovere di vivere la memoria in un nuova sensibilità aperta alla conoscenza degli altri, ad aprirsi alle diversità per farne patrimonio di un comune e proprio destino.&lt;br/&gt;Dopo lo spettacolo è seguito un dibattito e gli spettatori sono stati invitati a salire sul palco per guardare da vicino le opere dʼarte di scena. &lt;br/&gt;MARSICANEWS.IT</description>
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