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La grande tradizione della Commedia dell’Arte viene rivisitata da un contemporaneo Pulcinella che si ritrova a monologare con il pubblico “di quei tre o quattro fatti che conosce”. Fatti che tutti in fondo conosciamo, “perché le voci girano, perché l’abbiamo letto sui giornali”. I fatti sono quelli della cronaca legata alle vicende camorristiche degli ultimi anni, quelle che Roberto Saviano ha coraggiosamente portato alla luce nei suoi scritti. In particolare uno: la storia di Ernesto (in vita Attilio Romano’), giovane lavoratore di Scampìa (il quartiere dormitorio delle vele di Napoli), “ucciso per mano della camorra, ma che con la camorra non c’aveva niente a che fare”.

Il contenuto dell’atto unico è tragico per i fatti reali citati: migliaia di morti ammazzati dal 1979 a oggi in una guerra non riconosciuta e tuttavia palese. Ma è anche comico perché nell’interpretazione teatrale l’attore, pienamente immerso nella sua parte di “maschera”, il pauroso ma chiacchierone Pulcinella, fra salti, giochi di parole e coinvolgimenti dialettici, diverte, seppur amaramente: con l’ausilio delle tante maschere che via via calza si trasforma di volta in volta nei guappi, nelle vittime, nei latitanti, nei boss. Personaggi che hanno nomi e cognomi: Ernesto e sua moglie Natalia, da una parte, i membri della famiglia Di Lauro, gli scissionisti, Raffaele Cutolo, dall’altra.

Ogni riferimento a persone o fatti realmente esistiti è puramente necessario.

In scena solo una batteria, a scandire la vita e la musica delle parole, e tre valigie, anch’esse in continua metamorfosi a rappresentare quartieri, nascondigli, capezzali, e le famose Vele di Scampìa…



NOTE DI DRAMMATURGIA

La storia di Ernesto (in vita Attilio Romano’) e Natalia sua novella sposa, due delle tante vittime inconsapevoli della camorra, raccontata dall’irriverente e scanzonato Pulcinella, si dispiega attraverso divagazioni tipiche di una napoletanità, quella cantata nelle canzoni, che “è una fantasia per gli stranieri”. Il lavoro drammaturgico che ha contraddistinto il testo è incentrato sull’attualizzazione di alcune poesie della tradizione partenopea - versi di Michele Galdieri, Pasquale Ruocco, Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, oltre che sulla rielaborazione delle cronache che hanno visto Napoli protagonista in questi ultimi anni. Cronache che vengono portate in scena senza intenzioni moralistiche, ma per raccontarne lucidamente e spassionatamente il paradosso: a Napoli, patria della camorra, oltre che di pallottole si continua a morire di “connivenza” e “omertà”, mentre i soldi ricavati dai giri di droga, prostituzione e malavita vengono reinvestiti in attivita’ imprenditoriali di livello internazionale.











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